19/11/2009

L'UOMO CON LA BOMBETTA.

(SOTTOTITOLO: BLOGNONSENSE)

  L’uomo con la bombetta atterrò in mezzo alla piazza. Quando le sue scarpe nere e lucide toccarono il suolo, egli richiuse il proprio ombrello e si spolverò con una mano il suo soprabito nero. Poi iniziò a guardarsi attorno, come ogni giorno.

  Osservava curioso tutti quegli individui in abito scuro, con il volto coperto da una maschera scura che non aveva alcuna fessura, né per vedere, né per respirare.

  Ognuno di essi aveva in capo una bombetta come la sua e parlava sommessamente a sé stesso utilizzando una lingua diversa dall’individuo che gli stava accanto. Camminavano spediti, ma lui non aveva ancora capito dove andassero o da dove tornassero.

  L’uomo con la bombetta si tolse il copricapo ed estrasse dalla scatola cranica aperta il proprio cervello. Mentre lo teneva con una mano, con l’altra iniziò a grattarselo, dubbioso. Poi lo rimise al suo posto e lo ricoprì con il suo cappello.

  Quando uno di quegli strani individui gli passò accanto, l’uomo con la bombetta alzò di scatto il proprio ombrello, ponendolo tra le gambe di quell’essere borbottante e facendolo  cadere a terra. Questi non emise un solo lamento, ma continuò a borbottare e a muovere le gambe come se stesse ancora camminando.

  Allora l’uomo con la bombetta premette la punta del proprio ombrello sul torace di quel curioso soggetto e iniziò a premere. Il puntale d’acciaio perforò la camicia bianca e penetrò nelle molli carni della creatura, facendo fuoriuscire un fiotto di liquido giallastro e nauseabondo. Quando, dopo qualche minuto e in perfetto silenzio, senza nessun lamento, l’essere disteso a terra cessò di simulare la sua camminata, l’uomo con la bombetta si tolse un guanto bianco e afferrò la maschera di quell’individuo senza vita. La tolse, ma quello che scoprì fu solo una seconda maschera. Tolse anche quella, e anche quella sotto. Le maschere si facevano sempre più piccole, finchè di quella testa non rimase niente.

  Con uno strano grugnito uno dei simili del cadavere si fermò, osservando, da sotto la sua maschera senza occhi, quel corpo senza vita e ormai svuotato di quella sostanza catarrosa. Come in un silenzioso passaparola anche tutti gli altri esseri iniziarono a grugnire e a immobilizzarsi, in qualsiasi punto della piazza essi si trovassero. Poi, all’unisono, aprirono i loro ombrelli e iniziarono a sollevarsi da terra, sempre più in alto, fino a scomparire dalla vista dell’uomo con la bombetta.

  Una volta rimasto completamente solo iniziò a camminare a ritroso, incrociando sulla propria strada solo una vecchia scimmia che, con un rasoio in mano, si stava radendo riflettendosi in una pozzanghera del marciapiede e che, abituata alla sua presenza, non lo degnò di uno sguardo. Dopo pochi passi ancora giunse alla propria abitazione, un vecchio palazzo dalla facciata ornamentata con strane figure. Tutte le finestre erano chiuse e il portone era spalancato.

  Chiamò l’ascensore che non scese al piano. Come sempre si aprirono i cancellini cigolanti e l’uomo con la bombetta con un balzo in avanti si aggrappò alla robusta corda d’acciaio che penzolava nel vuoto. Si calò al piano sottoterra, facendo sbloccare il meccanismo di chiusura dell’inferriata. Uscì, e sempre a ritroso, arrivò davanti alla propria cella aperta ed entrò.

  Si coricò vestito nel letto appena disfatto, appendendo la bombetta alla cappelliera adiacente, assieme alle altre bombette, una per ogni giorno della settimana. Si tolse la maschera e l’appoggiò sul comò.

  Anche per quella mattina aveva appena deciso che non sarebbe uscito.

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18/11/2009

AL CIMITERO DEL MIO PAESE.

  Qualche giorno fa sono entrato, dopo molto tempo, a visitare un posto silenzioso e di pace. Il cimitero del mio paese. In realtà c’ero stato solo pochi giorni prima, per un funerale, ma quella non era una visita vera e propria. Era solo una presenza fugace ed obbligata. Invece, quella mattina, avevo a mia disposizione tutto il tempo che volevo e così l’ho impiegato facendo un giro a trovare i “miei” morti.

  A toccare qualche foto, aggiustare qualche fiore e a ripercorrere qualche momento della mia vita, passato assieme a loro.

  Tre dei miei morti non li ho ritrovati. Il cimitero del mio paese è molto grande e la mia memoria non è di ferro. Dovrò informarmi presso qualche parente, per farmi dare le coordinate giuste. Solo uno, che era un mio compagno di classe, morto a quattordici anni di leucemia, non credo che riuscirò a rintracciarlo, a meno che non chieda al custode… magari la prossima volta che ho un po’ di tempo. Basta impegnarsi un po’: ricordo che quando la mia maestra delle elementari morì, io e un vecchio amico girammo tutti i cimiteri della periferia fiorentina, prima di approdare a quello giusto…

  Tornando al cimitero del mio paese, posso dire che mi piace girovagare tra le tombe sconosciute a guardare foto, a leggere nomi e date di nascita alla ricerca del morto più vecchio su lapidi quasi illeggibili, consumate dal tempo, che non vedono più un fiore fresco da una vita. Può apparire un gioco macabro, ma è come se, in qualche modo, riuscissi a stabilire un contatto con quelle immagini sbiadite, provenienti da un’altra epoca, da un’altra vita e che, per un momento, io mi sentissi di vivere in quel mondo di due secoli fa.

  Oltre a questo c’è da dire che la parte iniziale del camposanto, subito dopo il vialetto d’ingresso contornato da cipressi, è molto particolare. Entrandovi non si nota facilmente, perché quelle due file di piccole croci e lapidi (che sono la metà di una tomba normale), restano nascoste dietro ad un lungo muro spezzato solo dagli scalini che portano dentro al cimitero vero e proprio. Da lì il viale prosegue a diritto, tagliando in due il camposanto, e chi va di fretta non riesce neppure a notare tutte quelle tombe di bambini. E anch’io, sempre di corsa, avevo dimenticato…

  Avevo dimenticato che nel cimitero del mio paese c’ero stato tante volte, da piccolo, proprio lungo quella prima fila. Avevo cancellato il ricordo di quando mi fermavo davanti a una croce bianca, senza foto, con un nome scritto a lettere maiuscole d’argento. Pian piano la mia memoria ha riportato a galla le numerose volte che, con i miei genitori, avevo portato dei fiori a quel bambino. Li sistemavamo dentro un vaso di vetro poggiato sul cumulo di terra così piccolo che non lasciava spazio ad altro. E dicevamo una preghierina.

  Ero troppo piccolo quando cercarono di spiegarmi com’era andata e adesso, dopo tutti questi anni, non ricordo più la sua storia. E’ come se avessi rivisto un vecchio filmato in super-8 senza audio. Solo immagini in movimento…

Rammento solo che quel bambino era nato qualche anno prima di me, forse due o tre anni, e che quando sono arrivato al mondo io, lui non c’era più. Morto subito dopo la nascita o nato morto, adesso non ricordo, dovrei richiedere a mia madre, ma non ho voglia di riaprirle vecchi tristi ricordi.

  L’altro giorno ho gettato un’occhiata in direzione di quella fila di piccole croci, ben sapendo che la sua fu tolta tantissimi anni fa, assieme alle altre, quando quel quadro del cimitero fu sottoposto alle riesumazioni. Chissà, mi son chiesto, se io ci sarei stato lo stesso e come sarebbero andate le cose se lui fosse stato vivo.

  Che differenza invece con prima, quando, alto poco più di un metro, leggendo sulla croce quel cognome uguale al mio, mi domandavo con curiosità come sarebbe stato se avessi avuto un fratello maggiore… 

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11/11/2009

CANDY E' UNA STRONZA!

podcast
  Qualche giorno fa, come qualcuno avrà appreso dal mio post precedente, abbiamo festeggiato il compleanno di mia figlia, la più piccola.
  Non starò a raccontare di come la stabilità strutturale del condominio sia stata messa a dura prova da un nutrito gruppo di amici che si sono radunati per fare gli auguri alla piccina e neppure dello stato di devastazione della cameretta che ha raccolto tra le sue ristrette pareti una quindicina di bambini urlanti che, dopo solo qualche ora, avevano reso il locale degno della migliore fiction su eventi catastrofici (vedi meteoriti che precipitano sul pianeta o tsunami in genere).
  Voglio raccontarvi, invece, di come un soggetto di genere femminile possa essere stato così stronzo e bastardo durante questo lieto avvenimento. Solo lei poteva abbandonarmi in questo frangente e lasciarmi da solo, letteralmente, a rimboccarmi le maniche.
  Avevo già parlato di lei, molto tempo fa, quando, solo grazie all’intervento di un uomo deciso e risoluto, riuscii nuovamente a riportarla da me.
  Stavolta mi ha fregato. E l’ha fatto nel momento di maggior bisogno. Venerdì sera aveva dato un accenno di fastidio, di malessere, ma non credevo che la situazione degenerasse così. E invece, sabato mattina, quando ormai il problema sarebbe stato irrisolvibile, ha deciso di piantarmi in asso.
  Stronza d’una lavastoviglie! Con il compleanno della piccola, durante il quale la cucina, la batteria di pentole, piatti e stoviglie, vengono chiamate all’opera al gran completo, il sottoscritto (coadiuvato dalla sua dolce metà) ha dovuto tenere le mani in ammollo per due giorni, con spugne e detersivi, in una corsa contro il tempo, per non essere sopraffatto dalla mole di piatti da lavare!
  Ho tentato, con tutte le mie modeste conoscenze, di far capitolare l’elettrodomestico e farlo tornare in sé, ma non c’è stato niente da fare. Filtri ripuliti, programmi riavviati, colpi ben assestati, niente di niente. Ho perfino tentato la carta di tutti i migliori tecnici informatici: spengere e riavviare, togliendo proprio corrente per una decina di secondi. Spesso con i pc funziona, ma con le lavastoviglie è una mossa sconsigliata e inutile…
  Il risultato era sempre lo stesso: BIIIPPP! (resetto il programma bloccato), CLICK (provo a cambiare programma), VRRRRRRR (sembra che stia per partire), MMMMmmmmmmm (insolito rumore di qualcosa di bloccato!) ACC! @@@! VAFF… MNMN (insulti e imprecazioni del sottoscritto!)
  In sintesi, dopo numerosi tentativi, mi ero ormai rassegnato a chiamare il tecnico che avrebbe sicuramente sostituito la scheda o qualche pezzo costosissimo, ovviamente portando via l’apparecchio lasciandomi, per molto tempo, a pranzare e cenare con piatti e bicchieri di carta!
  In ogni caso io sono un tipo che non demorde. La sera seguente, mentre riportavamo a condizioni di decenza la cucina, mi è venuto in mente di rimuovere la balza della cucina e guardare sotto, dove si accede alla parte inferiore della lavastoviglie. Ho dato corrente per capire meglio da dove provenisse lo strano rumore e ho notato che veniva da uno strano recipiente, probabilmente contenente al suo interno una pompa che serve a far scaricare l’acqua, dal quale partivano due piccoli tubetti grigi simili a due forassiti. Ho semplicemente toccato uno di essi e riprovato: BIIIPPP! (resetto il programma bloccato), CLICK-CLICK-CLICK (cambio ancora il programma), VRRRRRRR (sembra che stia per partire) e poi, annuntio vobis gaudium magnum, GLO-GLO-GLO-GLO (sì, sta scaricando l’acqua!), WOOOSHHH (alla grande! Ricarica l’acqua!) e infine GARAGLO’-GARAGLO’-GARAGLO’… (riparte! E’ andata!) La maledetta è ripartita, come nulla fosse… WOW WOW WOW EVVAI! OH, YEAH, BABY! (gioia e soddisfazione del sottoscritto!).
  Sei proprio una bastarda! Dillo che mi hai preso per il culo! E non ho capito neppure a che diavolo servono, quei due maledetti tubetti… forse per dare aria a quella fottuta pompa… boh!
  Maledico il fatto di non averci pensato prima, ma, alla fine, volete mettere l’indicibile gioia (oltre ad averla domata ancora una volta) di poter sfoggiare due manine pulite, sgrassate e al profumo di limone?

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Per coloro che volessero leggere le mie vicissitudini con “Candy” sono pregati di leggere anche questo: “Dolce Candy”.
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On air: Jean Michel Jarre, "Popcorn".

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