18/01/2012

SCHETTINEIDE.

 “Nel mezzo del mar della su vita,

si ritrovò per una secca oscura,

che la diritta rotta era smarrita…”

 

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Una sera, al comando della plancia,

lo Schettino volle andar d’istinto e pancia,

fu così, con lo stato un po’ “alterato”,

che chiamò ì su mètr privilegiato.

 

“Guarda e osserva, coco sopraffino,

a ì tu Giglio io gli fo l’inchino!”

“Occhio, non fa’ ì ganzo comandante,

che di secche in giro ce n’è tante!”

 

“Siee! A me Gec Sparro mi fa una sega!

Guarda che curve! Guarda che piega!”

“Te l’ho detto e lo ripeto: va pianino,

che qui sotto c’è un monte di ghiaino!”

 

Detto e fatta la strambata…

BADABAM! Borda, che tranvata!

Prende in pieno quello scoglio

che la nave apre come un foglio!

 

“Maremma sbudellata!” e s’affaccia alla finestra:

“e quel masso veniva anco da destra!

Che cazzata riprovevole!

Non posso fa manco l’amichevole!”

 

Al comandante sciocco e tonto

gni si rovescia addosso ì mondo:

“Capo, icchè si dice a questa gente?”

“Boni, state boni: l’è sartata la corrente!”

 

Ma i passeggeri restando un po’ perplessi

pensano in coro: “questo ci fa fessi!”

e a Schettino col medio dicon “Puppa!

Perché dunque getti tosto la scialuppa?”

 

Ragazzi, qui c’è da preoccupassi:

un riman attro che sarvassi!

Il comandante ha messo l'ali

ed è scappato con tutti gli ufficiali!

 

E così al povero equipaggio

gli tocca provvedere a ì salvataggio,

ma a bordo ormai l’è un gran bailamme

e dell’inferno mancan sol le fiamme!

 

Dal porto chiama un Falco, gran cazzuto,

che prende e se lo incula con l’imbuto:

“Schettino, tu ti salvi sì da ì mmare,

ma un tussai icchè io ti potrò fare!”

 

Mogio e pesto il povero demente

risponde: “E’ buio, un si vede niente!

Per me tu ti s’è fatto co’ una canna:

io prendo e me ne vado a nanna!”

 

La risposta, svelta, giunge da Livorno:

“Delinquente io ti spezzo un corno!

Io t’acchiappo, vile d'un coniglio,

e tu lo vedi poi, quando ti piglio!”

 

Fu così che quel misero coglione

Il giorno dopo era al fresco nella prigione:

meglio se a novanta gradi, come la su’ barchina,

ma, vi prego, bello duro e senza vasellina!

 

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Scherzi a parte c’è, più forte, una preghiera di speranza per la bambina di cinque anni ancora dispersa assieme ad altre persone e per coloro che hanno perso qualcuno in quest’assurda, incredibile tragedia.

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12/01/2012

IL KILLER DEI SOGNI.

  Non ho un nome, anche se molti mi conoscono. Ignorano la mia esistenza, ma io vivo, dentro di loro.

  Prospero all’interno di ognuno di voi e mi nutro della vostra mente. Divoro i vostri pensieri e azzero quel che resta della vostra fantasia.

  Esco quando meno ve lo aspettate, quando siete più fragili, più indifesi. Osservo i vostri sogni e ne manipolo ogni minimo particolare, costruisco con voi le vostre storie fino al vostro risveglio. Solo fino ad allora. Poi, di quel che resta, ne faccio spazzatura. E ogni minima traccia sparisce.  

  Mi piace definirmi una creatura della notte. Una di quelle che si muovono in sordina, che viaggiano al vostro fianco come un’ombra e come un’ombra vi dimenticate di avermi accanto. Riesco a farvi credere che io non esista, in realtà, ed è questo il motivo per cui io continuo a sopravvivere. E ad evolvermi. Cambio le mie forme e muto, proprio come ciascuno di voi desidera. Molti mi chiamano Depressione, altri Pazzia, qualcuno Panico, Ansia. Sono un assassino, venuto da chissà dove, ma che si è piazzato bene dentro la vostra testa e non se ne sogna affatto di andarsene. Sto in attesa, paziente, del momento opportuno, quando il mio artiglio si porterà via quanto di buono avete sperato e avete sognato di realizzare. Annienterò come un maglio potente quanto avete fatto e quanto ancora credevate di poter costruire. Sbriciolerò e le vostre macerie saranno il mio pasto.

  Non resistetemi, non svegliatevi nel cuore della notte e, se lo farete, non pensate. Tentate ad ogni costo di ricadere nel sonno o peggiorereste la situazione, alimentando la mia fame. Ignoratemi e lasciate che faccia il mio dovere:  rovine di esseri disperati per una malattia incurabile che si lasciano a me nel loro cocktail mortale, distruzione di aneliti di libertà vissuti dietro una gabbia dalla quale penzolano fantasmi con una cinghia al collo, disperazione scacciata dalla lama vermiglia di un coltello, futili tentativi di costruire eterni castelli di sabbia.

  Siete difficili da  addomesticare, voi umani. Nascete con una grande forza, una grande energia. Con un muro solido e robusto che appare invalicabile. Poi iniziate a vivere e lasciate che il mio seme si depositi e attecchisca, germogli e fiorisca. In poche parole: crescete, incamminandovi piano piano verso la vostra morte. Verso di me.

  Sono io il burattinaio della vostra esistenza. Tiro i fili e taglio quelli deboli. Uno a uno, come si taglia il filo di un palloncino e si lascia che se ne voli via, sereno, libero, ma ignaro del destino di  una fine certa. Proprio come le speranze di qualcuno di voi destinate ad essere il mio bersaglio.

  Punto la mia arma e sparo, dentro la vostra testa. Perché anche se non ho un nome e ignoro la mia genesi, io so chi sono: il Killer dei vostri Sogni.

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19/12/2011

LE QUATTRO FOGLIE DI TE'.

podcast

  Questa storia è accaduta tanti e tanti anni fa.

  E’ la storia di una vecchia signora che viveva in una casetta isolata su una collina che dominava un piccolo paesino che, per comodità, chiameremo Nowhere.

  Assieme alla vecchia donna viveva un gatto nero. Nessuno, tra gli abitanti di Nowhere, sapeva dire con esattezza quanti anni avesse la signora. Tutti, anche i più anziani del villaggio, erano sicuri di averla vista sempre così com’era, con le migliaia di rughe che scolpivano il suo viso e la sua andatura ingobbita, lenta, tranquilla. E tutti, tra gli abitanti di Nowhere, se qualcuno glielo avesse chiesto, sarebbero stati pronti a giurare che il suo gatto era da sempre con lei, saltellante e anche un po’ inquietante tra le traballanti gambe della solitaria vecchietta.

  Nel giardino della casetta, sempre ben curato, faceva bella mostra di sé una minuscola ma rigogliosa pianta di tè.

  Nessuno, tra i commercianti di Nowhere, aveva ricordo di aver mai visto la signora entrare nel proprio negozio per acquistare un pezzetto di pane, un trancio di formaggio, una caraffa di latte, una pezza di stoffa, un pugno di chiodi per riparare il tetto.

  Chi si era ritrovato a passare lungo la staccionata di quel giardino raccontava che l’unica cosa di cui si nutrisse la signora fosse il suo tè, visto che, almeno una volta al giorno, ella usciva di casa, col suo piccolo felino al seguito, raccoglieva quattro foglie dalla piantina, attingeva un bricco d’acqua dalla pompa del suo pozzo e rientrava in casa.

  Dal tetto dell’abitazione il camino non smetteva mai di fumare ma, nessuno, aveva mai visto la vecchia uscire a far legna tantomeno il boscaiolo del villaggio consegnarle dei fastelli di rami secchi da bruciare.

  Siccome tra gli abitanti del villaggio non c’era nessuno che riuscisse a dare una spiegazione logica a tutte queste stranezze, divenne inevitabile che qualcuno iniziasse a diffondere la voce che la misteriosa signora fosse in realtà una strega millenaria.

  Mentre le chiacchiere prendevano sempre più consistenza, una fredda mattina di dicembre una bambina si allontanò dal villaggio in gran segreto per raccogliere del pungitopo da regalare alla mamma per decorare il camino, entrò nel bosco e, come spesso accade nelle favole, perse la strada di casa. Dopo ogni vano tentativo di ritrovare il sentiero giusto la piccola, ormai in preda alla paura visto l’approssimarsi di una fredda notte, iniziò a piangere.

  Il suo pianto richiamò l’attenzione di una strana creatura dietro un cespuglio che stava tranquillamente giocherellando con un topolino e che, abbandonata la sua preda, mise il suo nero muso fuori tra le foglie, facendo sobbalzare la bambina che cadde a terra. Il magro gatto nero si avvicinò a lei iniziando a ronfare e a strusciarsi sul suo cappotto. La piccola, allungando una manina, accarezzò il pelo dell’animale, riuscendo quasi a contargli tutte le costole. Il gatto nero fece quattro balzi e attese. La bambina si sollevò da terra, smise di piangere e si diresse verso il gatto il quale, facendo altri quattro balzi nella solita direzione, pareva aspettare la piccola Alice per indicarle una strada o forse per accompagnarla da qualche parte. Fu così che, qualche minuto dopo, Alice, preceduta dal nero animale, uscì dal bosco e vide, poco distante, la casa della vecchia di cui aveva solamente sentito tanto parlare.

  Ormai il buio era calato e il cielo stellato e acceso da una luna grossa e luminosa lasciava presagire una notte fredda e gelida che difficilmente Alice sarebbe riuscita a superare se fosse rimasta lì fuori. Così si avvicinò e bussò alla porta di quella casetta.

  Dopo pochi istanti un piccolo spiraglio si aprì dalla porta e due piccoli occhi rugosi osservarono in silenzio la bambina. Il gatto, con un miagolìo festoso, attraversò la piccola fessura ed entrò all’interno.

  “Cagliostro!” disse con una voce insolitamente dolce e tremolante la vecchia, “chi mi hai portato adesso? Non ti bastano topi e passerotti?”. Poi la porta si aprì e la vecchia si fece da parte. “Entra, piccola… Cos’è successo?” 

  “Mi chiamo Alice” rispose timida la bambina, “e mi sono persa cercando il pungitopo per la mamma…”

  “E non hai paura?” chiese ancora l’anziana signora osservando i graffi che la bambina aveva sulle gambe e le sbucciature sulle ginocchia che si era procurata cercando di uscire da bosco. “Non sai chi sono io? O almeno, non sai quello che raccontano di me?”

  “Lei, signora, è la… la…” esitò, impaurita nel pronunciare quella parola, “…la strega?”

  “Ah, ah, ah! Si!” rispose scoppiando in una risata, “Allora mi conosci! Così mi chiamano al villaggio, non è vero Cagliostro?”. In tutta risposta il gatto saltò su una sedia e, con un “miao”, annuì con la testa. Poi si acciambellò al calore della stufa dentro la quale scoppiettava un allegro fuocherello.

  “Povera gente… quello che non viene compreso è sempre interpretato in malo modo! E’ sempre così, dai secoli dei secoli… Ti va una tazza di tè? Stavo giusto preparandomene una. Poi domattina ti indicherò la strada per tornare a casa, va bene?”

  La bambina accettò. Bevve il suo tè dal sapore strano, ma buono e poi, sfinita, si coricò sulla coperta distesa in terra accanto alla stufa e si addormentò, sfinita. Cagliostro le si adagiò dolcemente accanto e dormì con lei, tutta la notte.

  Al risveglio un bel sole attraversava le finestre della casetta.

  La bambina si sentiva rigenerata e uscì fuori dove la vecchietta stava zappettando la terra attorno a una piantina. “E’ il mio tè, cara Alice. Tutto ciò di cui ho bisogno. Era buono, vero?”

  “Si signora, era molto buono!” rispose gentile Alice ricordandone l’ottimo sapore che le ricordava la cioccolata della mamma, ma anche le caramelle alla menta della nonna e lo zucchero filato che assaggiava una volta all’anno alla fiera degli animali della contea.

  “Allora, adesso segui quel sentiero. Sento le voci degli abitanti del villaggio che ti stanno cercando. Urlano il tuo nome. Sbrigati, o arriveranno qui, e io non voglio… Corri, e attenta alle tue ginocchia, mi raccomando!” concluse con un sorriso.

  La bambina osservò le sue gambe e, con stupore, si accorse che ogni graffio e le sbucciature erano spariti. Rialzò la testa verso la signora, ma questa era sparita. Boh, pensò, forse è rientrata di corsa in casa… Prese quindi a camminare in direzione delle voci che la chiamavano e, dopo pochi minuti, era già al calduccio della sua casa, tra le braccia della mamma, a raccontare come si era persa, del gatto che l’aveva aiutata e dell’accoglienza della strega (che, ribadiva agli attenti ascoltatori, non le era parsa affatto una strega!) e del suo buonissimo tè. Ah! E poi, quasi se ne dimenticava, anche della guarigione dai graffi e sbucciature!

  Qualcuno chiese alla bambina se la megera avesse in qualche modo applicato alle sue ferite qualche strana pozione, ma la bimba negò decisa. Il consiglio degli anziani del villaggio pensò subito a qualche magico sortilegio e che, in fondo, alla bambina era andata bene. Il figlio di un saggio, invece, che aveva ascoltato attentamente il racconto di Alice, esordì con un pizzico d’invidia: “Come vorrei assaggiare anch’io il tè che sapeva di tutte quelle cose buone!” I vecchi del consiglio si chetarono all’improvviso e, guardandosi in faccia, annuirono, pensando che il bambino avesse centrato la soluzione che a loro era sfuggita davanti agli occhi.

  Chiamarono così un uomo che qualche giorno prima era caduto da un albero e si era slogato una spalla. L’uomo, con una vistosa fasciatura sotto al giubbotto, fu istruito su quello che avrebbe dovuto fare e la mattina dopo partì, inerpicandosi su per la collina, verso la casa della vecchia signora.

  “Mi scusi, gentile signora!” gridò all’indirizzo della vecchia che stava, come di consuetudine, raccogliendo le sue foglie di tè. “Non è che ha visto passare da qui una pecora? E’ scappata dal mio gregge e la sto inseguendo…” disse con voce affannata.

  “No, non ho visto nessuna pecora, mi dispiace. Ma la vedo stanco… vuole riposarsi qualche minuto, prima di ripartire nella sua ricerca?” domandò gentile la signora.

  “Grazie, perché no? Con questa spalla dolorante…” disse l’uomo entrando nel giardino e mostrando, da sotto il giubbone, la fasciatura attorno al petto, al braccio e alla spalla.

La donna osservò senza commentare e chiese all’uomo se gradiva una tazza di tè.

  “Qualcosa di caldo, con questo gelo, non potrà farmi che bene… lei è molto gentile” rispose il pastore accettando l’offerta. Entrarono in casa, la donna mise il bricco sul fuoco e dopo pochi minuti l’uomo stava sorseggiando la sua deliziosa tazza di tè. Che buono, pensò, mi ricorda il sapore del mio vino, ha l’aroma delle bacche del bosco e il gusto dell’arrosto di montone, il mio preferito!

  Poi, ringraziando la vecchia, si congedò da lei. Girò attorno alla collina, fingendo di cercare ancora la sua pecora e poi fece ritorno al villaggio. Quando giunse di nuovo al cospetto dei vecchi, uno di essi lo afferrò per la spalla ferita e lo strattonò con violenza sicuro del risultato. L’uomo, infatti, non avvertì alcun dolore. Tolsero in fretta le fasciature e osservarono con stupore che i lividi della caduta erano spariti e la spalla era tornata al suo posto. Le articolazioni parevano essere state passate nell’olio, da come funzionavano perfettamente.

  Il segreto della vecchia strega era stato svelato.

  Le voci sulle magiche proprietà della piantina giunsero in ogni parte del villaggio e la gente iniziò a frequentare la collina, con mille scuse diverse, per riuscire ad ottenere una dose di tè che l’avrebbe guarita da ogni male.

  Un fatto molto curioso era che ogni foglia che veniva tolta rispuntava verde e rigogliosa il mattino dopo e la pianta appariva sempre verde e lussureggiante come il giorno prima. Per questo motivo qualcuno, tra i più esigenti, pensando che in fondo la cosa non cambiava niente, iniziò a chiedere alla vecchia delle dosi di tè aggiuntive, ignorando le raccomandazioni della signora che limitavano a quattro il numero di foglie utilizzabile ogni giorno. Gli abitanti di Nowhere smisero di occuparsi della propria salute, sicuri che le foglie magiche avrebbero risolto ogni problema. Così giungevano al cospetto della vecchia signora cacciatori feriti dai pallini, falegnami con dita mozzate, contadini che si erano tirati la zappa su un piede, fabbri che si erano bruciati o pestati una mano, perfino uomini che volevano far innamorare la più bella del villaggio o ciccioni che avevano esagerato col cibo! Le ferite risarcivano, le dita si riattaccavano, i piedi guarivano, la bella s’innamorava e il ciccione dimagriva. Tutto questo con una frequenza sempre maggiore e con richieste sempre più insensate per problemi che potevano essere risolti benissimo senza l’aiuto delle foglie che, filtrate, avevano il gusto di quello che più piaceva a chi le beveva (c’era infatti chi sentiva odore di frutta, chi della pasta fatta in casa, chi della marmellata, altri ancora di orzo, latte e brioches). L’anziana della collina fu costretta, per questo, a negare le foglie a chi pareva non averne davvero bisogno.

  Davanti ai rifiuti della donna i prepotenti del villaggio iniziarono ad insultarla, perché, secondo loro, non voleva condividere il potere della pianta magica con gli abitanti del villaggio e voleva tenere per sé quella fonte di salute eterna, così, una notte, la pianta venne estirpata dal giardino sulla collina e interrata nella piazza del villaggio dove, ogni giorno, veniva assaltata e spogliata completamente delle sue foglie dagli abitanti del villaggio: se la vecchia fosse stata in quella piazza avrebbe assistito ai litigi fra le persone, all’odio di quelli che non erano riusciti ad accaparrarsi neppure un pezzetto dell’ultima foglia nei confronti invece di chi ce l’aveva fatta, all’avidità di coloro che sorseggiavano con soddisfazione il loro tè caldo e all’egoismo di quelli che non ne condividevano con gli altri neppure un piccolo sorso. Ma la vecchia non poteva vedere. E quei folli si dimenticarono di lei.

  Il villaggio era in preda alla cattiveria, al rancore e all’avarizia. E nessuno notò che il tè aveva iniziato ad avere il semplice sapore del tè. Fino a che, un ancora più triste mattino, le foglie non fecero la loro ricomparsa sugli arbusti spogli e ormai esanimi dell’alberello.

  Era la vigilia di Natale e, fino a quel giorno, nessuno si era preoccupato di decorare le strade del villaggio, di prepararsi ad accogliere il santo giorno come accadeva da secoli a Nowhere. In nessuna famiglia ardeva il fuoco dell’amore e della condivisione. Tutti parevano essersi dimenticati del giorno che sarebbe arrivato e l’atmosfera del Natale, con i suoi doni, le sue preghiere, le sue luci e il suo calore, era andata perduta.   

  Nessuno si era più preoccupato della vecchia signora la quale, con molto amore e comprensione, aveva condiviso con loro il suo segreto, ma loro, gli abitanti di Nowhere, l’avevano tradita.

  Alice, quella mattina, sentì graffiare alla sua porta. Aprì e si trovò davanti Cagliostro, deperito e ancora più magro di prima. Il gatto nero fece quattro balzi e attese. La bambina capì e, stavolta, anticipò Cagliostro, giungendo prima di lui, tutta d’un fiato, alla casetta sulla collina, dove il camino aveva smesso di fumare. La mamma di Alice, accortasi della fuga della figlia, prese il suo pastrano e, urlando il suo nome, iniziò a seguirla. Così fece suo padre, lasciando la sua tazza di tè a metà. E così, attirati dalla confusione, fecero il lattaio, il pastore, le guardie, il borgomastro, il farmacista, il sarto e tutti gli abitanti del villaggio, bambini compresi.

  La popolazione di Nowhere, poco più di un centinaio di persone, si arrestò attorno alla recinzione del giardino della casetta della vecchia signora. Nessuno aveva il coraggio di proseguire. Alice, incoraggiata dal miagolìo di Cagliostro, si fece avanti e varcò la soglia di casa.

  Era freddo, più freddo che all’aperto. Il caldo che l’aveva accolta la prima volta era scomparso e la stufa era spenta da tempo. La piantina rubata aveva smesso di aiutare la vecchia signora che adesso giaceva nel suo letto e il suo respiro, lento e impercettibile, si avvertiva solo grazie alla nuvoletta di vapore che usciva lieve dalle sue labbra raggrinzite e bianche.

  Alice uscì di nuovo all’aperto con gli occhi pieni di lacrime. “Sta morendo…” mormorò alla folla silenziosa.

  In quell’istante accadde qualcosa di magico. La gente, improvvisamente, si risvegliò dal suo avido torpore e si rese conto di quanto quella povera vecchietta aveva fatto per Nowhere e quanto poco, invece, i suoi abitanti avevano fatto per lei. Una delle persone fuori dalla casa iniziò a lamentarsi e a maledirsi, confessando di essere il ladro della pianta e dicendo che, se fosse potuto tornare indietro, non avrebbe mai rifatto quel gesto. Gli altri iniziarono ad annuire, dichiarandosi tutti come complici e dandosi degli sciocchi, per quello che avevano fatto e che avevano provocato in quella che era sempre stata una fraterna e serena comunità.

  Alice prese per mano la mamma e rientrò in casa. Il babbo prese per mano sua moglie e la seguì. A sua volta egli venne preso per mano da un’altra persona la quale fu afferrata da un’altra e così via. Alla fine, al capezzale della povera vecchia c’erano una ventina di persone, Alice in testa che teneva per mano la donna morente, che unite come una catena pregavano in silenzio e chiedevano perdono a quella che avevano sempre ritenuto fosse una strega. La catena proseguiva fuori dalla casa, unendo tutti gli abitanti di Nowhere.

  La bambina strinse forte le mani alla vecchia, come a volerle trasmettere tutta l’energia che la popolazione le aveva ingiustamente tolto e che, in quel momento, cercava di restituirle. Dopo pochi interminabili istanti la donna parve come illuminarsi, iniziando ad emettere una fioca luce che, piano piano, diventava sempre più forte, tanto da accecare quasi le persone presenti. La luce, attraverso le finestre, illuminava ancor di più il giorno all’esterno.

  “Adesso avete capito chi sono…” mormorò con la voce dolce e tremolante la signora. Poi rivolse ad Alice il suo più bel sorriso. “Hai fatto una gran bella cosa, piccola Alice… Buon Natale…”

  Quando il bagliore si affievolì andando poco a poco a spegnersi, nel letto la donna era scomparsa e Alice stava stringendo il vuoto; anzi, nella sua mano, dove fino a poco prima teneva quella della vecchia signora, sentì che le era rimasto qualcosa.

  La bambina aprì delicatamente le sue dita e ci trovò dei piccoli semini. Cagliostro le si strusciò accanto, iniziando a fare le fusa poi schizzò fuori nel giardino, nel posto dove c’era stata, forse da secoli, la pianta di tè. Quel mucchio d’ossa rivestito di pelo nero le stava indicando di nuovo qualcosa!

  La bambina fece una piccola buca nel terreno, proprio in quel punto, e ci piazzò dentro quei minuscoli semini, infine ricoprì la buca. Tirò su un mastello d’acqua dal pozzo e annaffiò quel piccolo cerchietto di terra smossa.

  Quando la gente del villaggio fece tristemente ritorno alle proprie case, vide che le strade erano addobbate da festoni di rami di abete e nastri rossi, alle finestre delle case candele dorate brillavano dietro i vetri appannati e nella piazza del villaggio, al posto dell’ormai sfinita piantina di tè, svettava un bellissimo abete colorato da migliaia di palline di vetro, nastri di raso e luci brillanti. Stelle dorate e messaggi di auguri erano affissi su ogni porta di Nowhere e il vischio pendeva da ogni lampione a olio delle strade. Le campane della chiesa iniziarono a scampanare allegramente, annunciando la prossima nascita del Bambino.

  “Si, adesso abbiamo capito… e imparato…” disse qualcuno osservando i bellissimi addobbi colorati. Molti rimasero in silenzio, abbracciando la persona a loro più vicina. Lo spirito del Natale era tornato a Nowhere e di sicuro ci sarebbe rimasto per sempre, stavolta.

  Alice si avvicinò al grande abete comparso come per magia in mezzo alla piazza e lo guardò attentamente. Quando, da un ramo vicino ai suoi occhi, vide che faceva capolino una fogliolina di tè, la bambina sorrise: “Presto ci sarà una nuova piantina nel suo giardino, ma stavolta ne avremo cura, lo prometto..." fece un sospiro e concluse: "Buon Natale a lei, Signora del Tè…”

  Cagliostro, con un balzo, le saltò in braccio.

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On air: music from "Coraline OST"

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NOTA DELL’AUTORE: è un po’ di tempo che avevo in gestazione la bozza di questa storia per bambini che sognai –si, avete letto bene: sognai!- qualche anno fa e che ho deciso di far uscire sul blog in prossimità del Natale. Volevo augurare a voi e alle vostre famiglie un “Buon Natale” originale e spero di esserci riuscito, anche questa volta. La morale della favola... beh, la lascio alla libera interpretazione di ognuno di voi, ricordandovi solo che tra gli abitanti di Nowhere ci potremmo essere anche noi! Auguri!

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